LUCE E CORPO:
UN RAPPORTO SEMPRE PIÙ INTIMO

L’arte contemporanea ha sempre nutrito un forte interesse per la luce artificiale, per le sue forme e manifestazioni. Riferimenti al mondo elettrico ne notiamo già agli inizi del secolo scorso con le opere futuriste, che rivendicano la bellezza e la sensualità della luce "innaturale", portatrice di nuovi significati, di nuove forme, ma anche di una personalizzazione dei ritmi di vita, in quanto la luce elettrica consente di stabilire liberamente il rapporto tra i cicli di veglia e di sonno, affrancando l’uomo dalla routine imposta dalla natura.

Se, per ovvi motivi, agli inizi del Novecento la luce poteva essere solo un elemento descrittivo, "poetico", sublimato (evocato in dipinti, sculture e oggetti di design), con il progresso e il benessere raggiunto negli anni del boom, questa per la prima volta entra a far parte dei materiali usati nella sperimentazione artistica con tutta la sua "fisicità".

Uno dei primi fu il minimalista Dan Flavin, che come altri artisti neoconcreti degli anni ’60 usava nelle proprie opere gli oggetti e le tecnologie del consumo di massa. Con lui si mette mano per la prima volta sulla materia luminosa, che da allora entra stabilmente nel repertorio artistico della cultura occidentale. "The Nominal Three (to William of Ockham)" del 1963 presenta tre tubi di neon posti simmetricamente contro una parete a distanza regolare l’uno dall’altro: in tutta la sua scarna, minimale, semplicità, l’opera vuole porre l’accento sugli innumerevoli rapporti di luce ed ombra che si possono instaurare. Quasi fosse un assioma matematico, il rapporto costante dei tre elementi luminosi è inversamente proporzionale alla molteplicità degli effetti "scenici", in quanto soggetti a variabili quali la rifrazione del pavimento, il numero di persone presenti nella sala, il modo in cui questi si muovono o si avvicinano alle tre sorgenti…

Pressappoco in quegli anni, il californiano Bruce Nauman propone "My Last Name Exaggerated 14 Times Vertically" (1967): è ancora il neon protagonista, solo che già si produce uno scarto, in quanto Flavin ne fa un uso spersonalizzato - poiché è interessato al processo (cioè alle relazioni) che tre comunissimi neon possano produrre - mentre Nauman agisce direttamente sulla forma di quelle bacchette generatrici di luce, facendole diventare qualcosa di unico, di intimo. E il rapporto di parentela con l’oggetto è rivendicato dalla deformazione che i neon subiscono, fino ad assumere la forma del cognome dell’artista, che così può irradiarsi ed amplificarsi verso lo spettatore. Gli anni ’60 sono prolifici per questo tipo di sperimentazioni: a sottolineare una comunione d’intenti, anche la moda propone la propria "visione della luce", almeno nelle provocazioni di Paco Rabanne e dei suoi celebri vestiti metallici, vere e proprie superfici specchianti capaci di riflettere le mille luci della metropoli.

Sempre nell’arte, in campo concettuale, sono importanti i lavori di Joseph Kosuth e non mancano i contributi italiani, come nel caso di Lucio Fontana, Gilberto Zorio e soprattutto Mario Merz, che riproduce un simulacro di tenda/igloo su cui campeggiano alcuni neon che formano una scritta. Il passaggio è importante, in quanto da una parte getta un ponte col fronte del design (molto attivo già da diversi anni, tanto che ancora oggi si "saccheggiano" le forme stravaganti, futuribili dell’illuminotecnica artistica di quel periodo: in Italia, Fontanarte, Flos, Artemide), dall’altra avvicina questo nuovo modo di concepire la luce alla quotidianità degli usi abitativi, come se l’oggetto comune dopo esser passato attraverso lo straniamento operato dall’arte possa finalmente ritornare alla sua destinazione d’uso, seppur con valore aggiunto, con un nuovo rapporto spaziale ed emotivo, riavvicinandosi all’intimità e al corpo.

Gli anni ’70 si aprono all’insegna della psichedelia, che nel design si coniuga con i temi di derivazione fantascientifica (appena pochi anni prima l’uomo sbarca sulla luna e Kubrik filma "2001 Odissea nello spazio") dando forma a ibridi originali in cui la luce ha un ruolo determinante: privata della sua funzione prima (cioè illuminare, "fare chiarezza"), ora può essere usata per la spettacolarizzazione della casa, pensata come spazio scenico di una nuova vita domestica. È l’estetica della sensazione a dominare e quindi personalizzare gli ambienti abitativi significa giocare sugli stati d’animo che questa può suggerire, infrangendo le regole della percezione attraverso decorazioni e luci fluo, cangianti. Un po’ come succede nel campo dell’arte e dell’abbigliamento, dove l’optical teatralizza le teorie e le ricerche della Gestalt (corrente psicologica che studia proprio i fenomeni percettivi).

Negli anni, molti artisti e designer si sono cimentati con la luce, con l’elettricità, ed anche la cultura di massa non ha mancato di lanciare suggerimenti.

Si pensi al film di Sidney Pollack del 1979 "Il cavaliere elettrico", dove un cow boy divenuto attrazione turistica (Robert Redford), indossa, per far spettacolo, un completo tipico del west costellato di lucine natalizie, suggerendo il modificato rapporto con la realtà circostante: infatti, lo sfondo non è più la polverosa prateria, ma le luci sfavillanti di Las Vegas, con cui Redford simbolicamente gareggia. Di lì a poco (1983), Mtv trasmette il videoclip di Michael Jackson "Billie Jean", dove il cantante — citando i musical — al suo passaggio illumina le strade di una città al crepuscolo.

Questi e altri casi sottolineano la consapevolezza di poter "essere" luce, di voler competere, imponendo la propria individualità, con la luce naturale o con quella, a volte squallida, della metropoli (in tal senso si può leggere la "trasformazione" — dal giorno alla notte — di Tony Manero, alias John Travolta, in "La febbre del sabato sera" — sempre di quegli anni).

Anche nel campo del design (sia d’interni che d’esterni) la possibilità di convertire questa forma di energia in qualcosa di ludico ed estetico ha fatto proseliti.

Sempre negli anni ’80 ha avuto una certa importanza il gruppo di designer Memphis - la cui produzione, durata fino al 1988 - rappresentò una novità assoluta nel campo della progettazione, ponendosi in antitesi al funzionalismo e al movimento moderno: sedie scomode, oggetti inutili, scaffali senza spazio per riporre gli oggetti… e soluzioni ardite in cui il fattore luminosità deflagrava nei modi e nei contesti più inusitati, come nel caso del copriwater "Mida"- in plastica trasparente, con un neon all’interno.

Quest’avvicinamento dell’energia al corpo e comunque a superfici che generalmente non sono dotate di propria luminescenza è tipico di un’età tendenzialmente "cinematografica" come questa, intendendo con ciò che l’effetto spiazzante è uscito dalle gallerie d’arte o dalle finzioni filmiche per invadere il terreno della quotidianità, azzerando il rapporto vero/verosimile; ma è anche l’epoca della convergenza, della connettività, per cui il fatto che più funzioni, più concetti, vengano convogliati nello stesso oggetto permette di ripensare il rapporto tra noi e le cose al fine di renderle sorprendenti, prive di routine e di noia…

In tal senso, non sono mancati contributi significativi anche in questi ultimi anni, rendendo il rapporto con la luce ancora più suggestivo.

Per l’arte, bisogna almeno citare la canadese Angela Bulloch ed il suo "Mat Light (Green, Red, Blue)" del 1997: tre sfere luminose intermittenti che si accendono e spengono al passaggio dello spettatore. È la stessa Bulloch a definire il suo intervento: "Lo spettatore è un collaboratore, nel senso che esso definisce o percepisce il significato nei propri termini": cioè la materia (il corpo dello spettatore) decide i ritmi e quindi i significati di quell’intermittenza immateriale (le luci), manifestando la consapevolezza della propria centralità.

Nel campo del design, "Optimusic" è un dispositivo che consente di creare musica interagendo con dei fasci di luce, ma — come si è già potuto osservare — prosegue la realizzazione di soluzioni votate ad un uso più quotidiano in cui il concetto di luminosità è connesso con oggetti solitamente estranei a questa funzione, ridefinendone il valore estetico (inteso in senso letterale, cioè come esercizio dei sensi).

È il caso della poltrona "Paraiso" della Moroso e delle mensole "Light Light" della Glass. La poltrona, di un rosso vivo, trae ispirazione dall’ormai celeberrimo sofà a forma di bocca di Salvador Dalì, anche se in questo caso la descrizione, la referenzialità, lascia spazio alla sinteticità, alle forme primarie della geometria solida. Dal sapore futuristico/rètro, la poltrona diventa oggetto d’arte, anche se da usare senza timori o reverenze, in quanto l’illuminazione sul retro, quasi un’escrescenza dotata di energia endogena, illumina lievemente l’ambiente circostante invitando al relax. Quasi a complemento, le due mensole uniscono funzionalità e creatività divenendo quasi un altare per gli oggetti ospitati sui propri ripiani. Scenografico è anche il tavolino da soggiorno "Cube Small" di Markus Benesch, dove la sorgente luminosa interna riflette immagini tridimensionali a tema naturale o grafico… Se in queste produzioni prevale ancora l’effetto sorpresa, non bisogna però trascurare la dimensione "mistica" di cui l’illuminazione si è fatta oggi portatrice (mutuando e sviluppando le teorie delle controculture e delle filosofie orientali in voga negli anni ’70): come accennato, se originariamente la funzione richiesta alla luce artificiale era di schiarire il ‘buio’, oggi differenti tipologie di luce hanno effetti diretti persino sul benessere psicofisico, poiché l’illuminazione influisce sulla nostra mente e sul nostro corpo (da qui possiamo far derivare l’incredibile successo che sta avendo il mercato delle candele in questi ultimi tempi).

Secondo la studiosa Elizabeth Grosz "le città sono costruite e decostruite a immagine e somiglianza del corpo, e i corpi, a loro volta, vengono trasformati, urbanizzati, plasmati in agenti adatti alla vita delle metropoli".

Da questa considerazione — e, sulla base di quanto osservato finora - risulta evidente il rapporto di scambio che interessa la vita (e la società) urbana e il corpo. Se la metropoli rivaleggia con la natura (la luce artificiale vs. quella solare), l’individuo rivendica la propria centralità sullo sfondo "elettrificato" del tessuto urbano: da sempre, l’abbigliamento è stato il modo più immediato (ed anche il più ricco di significati) per esprimere/esprimersi.

In questo contesto, la moda ha — ed ha avuto — un ruolo centrale, confermando quell’omologia, quella comunione d’intenti con le altre espressioni artistiche.

Se i tessuti con proprietà deodoranti, rilassanti, modellanti… confermano l’attuale attenzione verso forme di vita "spirituali", intime, votate al benessere; d’altro canto ribadiscono anche il concetto di "fisicità" in opposizione alle spinte "virtuali" e ipertecnologiche che hanno caratterizzato gli anni appena trascorsi. La centralità del corpo, la sua voglia di protagonismo (di teatralizzare il proprio passaggio) ha trovato recentemente uno sfogo ulteriore nel Luminex.

Presentato all’ultima edizione di Pitti Immagine Filati, è un tessuto ottenuto dalla mescola di fibre tessili (naturali e sintetiche) con fibre ottiche plastiche in grado di emettere luce: può essere realizzato con filati di ogni tipo e natura ed emettere luci in diverse colorazioni grazie ad una microbatteria ricaricabile. I prototipi sono stati realizzati dal gruppo Caen (attivo nel settore elettronico, fisico ed aerospaziale) in collaborazione con l’industria tessile pratese FIT e la svizzera Stabio.

Probabilmente non è il periodo migliore per proporre articoli del genere (si pensi agli effetti del dopo 11 settembre), anche se allo stato attuale delle cose stiamo confrontando (inutilmente) la cronaca con la cultura: sarà il tempo a dirci se questi eventi introdurranno nuovi modelli culturali o se hanno costituito una breve battuta d’arresto lungo un percorso già segnato.

Resta comunque questa predominanza del fattore umano e dei rapporti inusuali che questo riesce a stabilire con la luce artificiale: nell’arte, nel design, nell’abbigliamento ognuno (e ogni cosa) è libero di "brillare di luce propria", di rivendicare la propria presenza.

Il corpo diviene forma estetica (con l’atteggiamento radicale della body art, ma anche con il make up, i massaggi rimodellanti, le diete, la chirurgia estetica…). A tanto splendore - non più stereotipato - corrisponde un abbigliamento altrettanto "abbagliante", nelle forme e nei modi (più o meno coreografici) che ognuno sente propri.

In conclusione, la moda si comporta come qualsiasi altra forma d’arte: "giocando" con il progresso ne fornisce versioni più amichevoli, "vicine" alla nostra sensibilità. Nel caso dei tessuti luminosi sarà il mondo della notte (della fantasia) a dare i significati più trasgressivi, più spiazzanti a questo nuovo modo d’intendere l’abbigliamento. Proprio come fa qualsiasi opera d’arte.